Manifesto della Nuova Economia (Parte 3)

 



Abbiamo quindi visto come i vari elementi della Nuova Economia interagiscono per creare un ambiente favorevole ad una vera Democrazia, vediamo ora come gli stessi elementi interagiscono per creare un ambiente favorevole alla “compatibilità ambientale” del sistema economico. Definiamo compatibilità ambientale sostanzialmente la capacità del sistema economico di mantenersi in equilibrio con l’ecosistema. In questo quadro appare determinante il fatto che la Nuova Economia è un’economia stazionaria, pertanto orientata a consumare meno risorse di quelle riproducibili dallo stesso ecosistema. La Nuova Economia è tendenzialmente stazionaria,  non  per una deliberata pianificazione o programmazione collettiva, difatti in generale  i sistemi economici basati sulla pianificazione collettiva tendono in una maniera o nell’altra a premiare la crescita anziché l’equilibrio stazionario.

La Nuova Economia è tendenzialmente stazionaria proprio perché manca il principale motore della crescita ovvero la “mania accumulativa” di cui sono preda le imprese capitaliste, le imprese a proprietà collettiva e le imprese pubbliche. Basti pensare ai forsennati processi di crescita avvenuti in Unione Sovietica per rendersi conto che la crescita diventa spesso un obiettivo in sé, slegato da qualsiasi considerazione sul benessere collettivo. La situazione che sovente si è creata nell’ultimo secolo è stata  quella in cui un ristretto gruppo di persone ha sottratto risorse al consumo per far crescere l’economia in modo assolutamente insostenibile al fine di un arricchimento personale o del consolidamento del proprio potere. La crescita dei profitti o del PIL ha sostituito la tradizionale guerra di conquista dei  territori. Non regge poi la giustificazione che tale crescita ha aumentato il benessere sociale, visto che tale affermazione è pienamente smentita da numerosi studi che hanno messo in evidenza il debole legame fra crescita economica e crescita del benessere (fra gli autori ricordiamo in particolare Richard Easterlin).

Non siamo assolutamente certi che l’istituzione della IGL permetterà di realizzare un sistema economico stazionario che preservi la felicità delle generazioni future, attualmente compromessa dalla forsennata marcia dell’economia mondiale, ma siamo senz’altro certi che un sistema economico stazionario è incompatibile con l’economia capitalista contemporanea, a meno di una sua sostanziale autodistruzione.

Anche  la sostituzione dei tradizionali obiettivi quantitativi di politica economica, ponendo fine alla “dittatura del PIL”, porterebbe diffusi vantaggi verso un ridimensionamento della scala dell’attività economica a livelli ecocompatibili; come anche la redistribuzione della ricchezza porterebbe chiaramente il sistema politico a considerare con la dovuta attenzione gli obiettivi qualitativi nella politica economica, agevolando a sua volta la sostituzione degli obiettivi.

La riduzione del ruolo dello Stato, insieme con un massiccio ricorso al Federalismo Economico, agevolano la percezione dei vincoli ambientali, che proprio a livello locale sono maggiormente percepiti. Se ad esempio la costruzione di una centrale elettrica particolarmente inquinante viene decisa a livello locale è facilmente immaginabile il maggior peso che avrebbero le considerazioni ambientali.

Una considerazione particolare andrebbe fatta circa il problema dell’occupazione nella Nuova Economia. Il ragionamento economico (sviluppato in particolare lungo il sentiero tracciato da Jaroslav Vanek) ci porta a pensare che nella Nuova Economia non esisterebbero quelle tendenze alla sottoccupazione/sfruttamento tipiche delle economie basate sull’impresa capitalistica né quelle tendenze alla sovraoccupazione/indolenza tipica delle economie collettivistiche. Infatti l’esistenza del libero mercato, l’assenza di qualsiasi ingerenza statale nelle imprese e la progressiva abolizione degli enti pubblici, il coinvolgimento dei lavoratori nella gestione, impedirebbero fenomeni di inefficienza nell’utilizzo delle risorse umane. D’Altra parte non esisterebbero quegli incentivi, tipici delle economie capitalistiche, alla creazione di disoccupazione al fine di raggiungere un adeguato grado di efficienza. Mentre è difficile pensare ad un’economia capitalista in piena occupazione (chi sarebbe incentivato a lavorare seriamente senza la minaccia di perdere un posto di lavoro?)  si può ragionevolmente pensare che nella Nuova Economia, dato il coinvolgimento diretto dei lavoratori nell’impresa, e le ridotte dimensioni che acquisiranno le imprese, prevalgano ben altri incentivi anche in presenza di piena occupazione ed in generale si assisterebbe ad un aumento della produttività del lavoro anche in presenza di piena occupazione.

Le situazioni di piena occupazione sono naturalmente temute dai capitalisti perché riducono chiaramente il loro potere contrattuale,sebbene d’altra parte un eccessivo livello di disoccupazione potrebbe avere grosse controindicazioni sulla tenuta del sistema economico da un punto di vista sociale. Nella Nuova Economia invece i lavoratori non possono certo temere una perdita di potere contrattuale visto che non hanno controparti.

La redistribuzione della ricchezza inoltre, insieme con l’accresciuta vitalità delle istituzioni democratiche contribuiranno a dare maggior risalto all’obiettivo della piena occupazione, che viene considerato spesso marginale dalle elite al potere. La natura stazionaria dell’equilibrio economico attenuerebbe i caratteristici cicli economici legati ai processi di espansione delle economie. Anche poi in una fase recessiva le IGL non taglierebbero l’occupazione, ma ridistribuirebbero l’onere della minore produzione. Le IGL inoltre sarebbero molto più flessibili nella redistribuzione dei carichi di lavoro o delle mansioni rispetto alle imprese capitalistiche.

Un  aspetto fondamentale da analizzare è quello della proposta di abolizione del rapporto di lavoro dipendente. Potrebbe apparire una proposta troppo radicale nel momento in cui si pensi che un sistema basato sulla IGL possa nascere  all’interno del sistema capitalistico esistente e convivere con esso e magari progressivamente modificarlo. Purtroppo non è pensabile una transizione graduale dal sistema capitalista ad uno misto, in quanto le due tipologie di impresa sono fra loro incompatibili e l’impresa capitalistica riuscirebbe rapidamente (come spesso è  riuscita nel corso della storia) a fagocitare la IGL  (come sta succedendo con numerose imprese cooperative che si stanno trasformando di fatto in normali imprese capitalistiche a tutti gli effetti).  Pensare poi che l’intervento politico dall’alto possa dar luogo alla nascita di un settore dedicato alle IGL nel quadro di una economia capitalistica o collettivista  è una pia illusione, in quanto si verrebbe a creare solo un carrozzone di imprese assistite e foraggiate con denaro pubblico (come è avvenuto in Jugoslavia). L’unica prospettiva seria è quella semplicemente di abolire l’impresa capitalista nella sua forma attuale, i capitalisti rimangono proprietari dei capitali dati in prestito ma sono i lavoratori ad assumere i capitalisti e non viceversa.

La proposta di abolizione del rapporto di lavoro dipendente ha inoltre un fondamentale significato morale. Al di là delle considerazioni funzionali (la compatibilità democratica ed ambientale della Nuova Economia) l’abolizione del lavoro dipendente rappresenta un ulteriore avanzamento dell’Uomo verso una più ampia libertà oltre che il riconoscimento del diritto di chi lavora a disporre del frutto della propria opera. Il fatto che dietro il rapporto di lavoro dipendente ci sia un contratto di parti libere e consapevoli non esclude il fatto che l’oggetto del contratto sia immorale, nella misura in cui il lavoratore rinuncia a disporre del frutto del proprio lavoro nonché alla propria autonomia e coscienza morale che non può essere oggetto di vendita (come sostenuto fra gli altri da David Ellerman). Il lavoratore in quanto essere umano non può essere leso nella sua dignità morale ed essere considerato una cosa, una merce, un mezzo per realizzare altri fini. Quanto poi all’effettiva libertà del lavoratore nella conclusione del  contratto di lavoro basti considerare che tale libertà esisterebbe solo in un contesto ideale di piena occupazione ed in presenza di una adeguata base di risorse disponibili per il lavoratore, entrambe le condizioni non sono certo verificate nelle economie capitalistiche esistenti.
Certamente anche nell’IGL il lavoratore potrebbe essere vittima della dittatura della maggioranza, ma in questo caso le problematiche sarebbero estremamente ridotte specialmente se venisse adottata una “costituzione” interna per proteggere appunto i diritti calpestati.


Articolo scritto da: Claudio Zimarino
Pubblicazione: 06/08/08 - 17:36
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