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    <title>Gli ultimi articoli di Nuova Economia</title>
    <description>Gli ultimi  articoli pubblicati sul sito internet Nuova Economia</description>
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      <title><![CDATA[Manifesto della Nuova Economia (Parte 3)]]></title>
      <author>info@nuovaeconomia.org (Claudio Zimarino)</author>
      <pubDate>mer, 06 ago 2008 17.36.21 GMT</pubDate>
      <description><![CDATA[<p></p><p style="LINE-HEIGHT: 150%"><img width="210" height="78" alt="" style="WIDTH: 100px; HEIGHT: 78px" src="upload/images/albero.jpg" /><br /><br />Abbiamo quindi visto come i vari elementi della Nuova Economia interagiscono per creare un ambiente favorevole ad una vera Democrazia, vediamo ora come gli stessi elementi interagiscono per creare un ambiente favorevole alla “compatibilità ambientale” del sistema economico. Definiamo compatibilità ambientale sostanzialmente la capacità del sistema economico di mantenersi in equilibrio con l’ecosistema. In questo quadro appare determinante il fatto che la Nuova Economia è un’economia stazionaria, pertanto orientata a consumare meno risorse di quelle riproducibili dallo stesso ecosistema. La Nuova Economia è tendenzialmente stazionaria,  non  per una deliberata pianificazione o programmazione collettiva, difatti in generale  i sistemi economici basati sulla pianificazione collettiva tendono in una maniera o nell’altra a premiare la crescita anziché l’equilibrio stazionario. </p><p style="LINE-HEIGHT: 150%">La Nuova Economia è tendenzialmente stazionaria proprio perché manca il principale motore della crescita ovvero la “mania accumulativa” di cui sono preda le imprese capitaliste, le imprese a proprietà collettiva e le imprese pubbliche. Basti pensare ai forsennati processi di crescita avvenuti in Unione Sovietica per rendersi conto che la crescita diventa spesso un obiettivo in sé, slegato da qualsiasi considerazione sul benessere collettivo. La situazione che sovente si è creata nell’ultimo secolo è stata  quella in cui un ristretto gruppo di persone ha sottratto risorse al consumo per far crescere l’economia in modo assolutamente insostenibile al fine di un arricchimento personale o del consolidamento del proprio potere. La crescita dei profitti o del PIL ha sostituito la tradizionale guerra di conquista dei  territori. Non regge poi la giustificazione che tale crescita ha aumentato il benessere sociale, visto che tale affermazione è pienamente smentita da numerosi studi che hanno messo in evidenza il debole legame fra crescita economica e crescita del benessere (fra gli autori ricordiamo in particolare Richard Easterlin).</p><p style="LINE-HEIGHT: 150%">Non siamo assolutamente certi che l’istituzione della IGL permetterà di realizzare un sistema economico stazionario che preservi la felicità delle generazioni future, attualmente compromessa dalla forsennata marcia dell’economia mondiale, ma siamo senz’altro certi che un sistema economico stazionario è incompatibile con l’economia capitalista contemporanea, a meno di una sua sostanziale autodistruzione.</p><p style="LINE-HEIGHT: 150%">Anche  la sostituzione dei tradizionali obiettivi quantitativi di politica economica, ponendo fine alla “dittatura del PIL”, porterebbe diffusi vantaggi verso un ridimensionamento della scala dell’attività economica a livelli ecocompatibili; come anche la redistribuzione della ricchezza porterebbe chiaramente il sistema politico a considerare con la dovuta attenzione gli obiettivi qualitativi nella politica economica, agevolando a sua volta la sostituzione degli obiettivi.</p><p style="LINE-HEIGHT: 150%">La riduzione del ruolo dello Stato, insieme con un massiccio ricorso al Federalismo Economico, agevolano la percezione dei vincoli ambientali, che proprio a livello locale sono maggiormente percepiti. Se ad esempio la costruzione di una centrale elettrica particolarmente inquinante viene decisa a livello locale è facilmente immaginabile il maggior peso che avrebbero le considerazioni ambientali.</p><p style="LINE-HEIGHT: 150%">Una considerazione particolare andrebbe fatta circa il problema dell’occupazione nella Nuova Economia. Il ragionamento economico (sviluppato in particolare lungo il sentiero tracciato da Jaroslav Vanek) ci porta a pensare che nella Nuova Economia non esisterebbero quelle tendenze alla sottoccupazione/sfruttamento tipiche delle economie basate sull’impresa capitalistica né quelle tendenze alla sovraoccupazione/indolenza tipica delle economie collettivistiche. Infatti l’esistenza del libero mercato, l’assenza di qualsiasi ingerenza statale nelle imprese e la progressiva abolizione degli enti pubblici, il coinvolgimento dei lavoratori nella gestione, impedirebbero fenomeni di inefficienza nell’utilizzo delle risorse umane. D’Altra parte non esisterebbero quegli incentivi, tipici delle economie capitalistiche, alla creazione di disoccupazione al fine di raggiungere un adeguato grado di efficienza. Mentre è difficile pensare ad un’economia capitalista in piena occupazione (chi sarebbe incentivato a lavorare seriamente senza la minaccia di perdere un posto di lavoro?)  si può ragionevolmente pensare che nella Nuova Economia, dato il coinvolgimento diretto dei lavoratori nell’impresa, e le ridotte dimensioni che acquisiranno le imprese, prevalgano ben altri incentivi anche in presenza di piena occupazione ed in generale si assisterebbe ad un aumento della produttività del lavoro anche in presenza di piena occupazione. </p><p style="LINE-HEIGHT: 150%">Le situazioni di piena occupazione sono naturalmente temute dai capitalisti perché riducono chiaramente il loro potere contrattuale,sebbene d’altra parte un eccessivo livello di disoccupazione potrebbe avere grosse controindicazioni sulla tenuta del sistema economico da un punto di vista sociale. Nella Nuova Economia invece i lavoratori non possono certo temere una perdita di potere contrattuale visto che non hanno controparti.</p><p style="LINE-HEIGHT: 150%">La redistribuzione della ricchezza inoltre, insieme con l’accresciuta vitalità delle istituzioni democratiche contribuiranno a dare maggior risalto all’obiettivo della piena occupazione, che viene considerato spesso marginale dalle elite al potere. La natura stazionaria dell’equilibrio economico attenuerebbe i caratteristici cicli economici legati ai processi di espansione delle economie. Anche poi in una fase recessiva le IGL non taglierebbero l’occupazione, ma ridistribuirebbero l’onere della minore produzione. Le IGL inoltre sarebbero molto più flessibili nella redistribuzione dei carichi di lavoro o delle mansioni rispetto alle imprese capitalistiche.</p><p style="LINE-HEIGHT: 150%">Un  aspetto fondamentale da analizzare è quello della proposta di abolizione del rapporto di lavoro dipendente. Potrebbe apparire una proposta troppo radicale nel momento in cui si pensi che un sistema basato sulla IGL possa nascere  all’interno del sistema capitalistico esistente e convivere con esso e magari progressivamente modificarlo. Purtroppo non è pensabile una transizione graduale dal sistema capitalista ad uno misto, in quanto le due tipologie di impresa sono fra loro incompatibili e l’impresa capitalistica riuscirebbe rapidamente (come spesso è  riuscita nel corso della storia) a fagocitare la IGL  (come sta succedendo con numerose imprese cooperative che si stanno trasformando di fatto in normali imprese capitalistiche a tutti gli effetti).  Pensare poi che l’intervento politico dall’alto possa dar luogo alla nascita di un settore dedicato alle IGL nel quadro di una economia capitalistica o collettivista  è una pia illusione, in quanto si verrebbe a creare solo un carrozzone di imprese assistite e foraggiate con denaro pubblico (come è avvenuto in Jugoslavia). L’unica prospettiva seria è quella semplicemente di abolire l’impresa capitalista nella sua forma attuale, i capitalisti rimangono proprietari dei capitali dati in prestito ma sono i lavoratori ad assumere i capitalisti e non viceversa.</p><p style="LINE-HEIGHT: 150%">La proposta di abolizione del rapporto di lavoro dipendente ha inoltre un fondamentale significato morale. Al di là delle considerazioni funzionali (la compatibilità democratica ed ambientale della Nuova Economia) l’abolizione del lavoro dipendente rappresenta un ulteriore avanzamento dell’Uomo verso una più ampia libertà oltre che il riconoscimento del diritto di chi lavora a disporre del frutto della propria opera. Il fatto che dietro il rapporto di lavoro dipendente ci sia un contratto di parti libere e consapevoli non esclude il fatto che l’oggetto del contratto sia immorale, nella misura in cui il lavoratore rinuncia a disporre del frutto del proprio lavoro nonché alla propria autonomia e coscienza morale che non può essere oggetto di vendita (come sostenuto fra gli altri da David Ellerman). Il lavoratore in quanto essere umano non può essere leso nella sua dignità morale ed essere considerato una cosa, una merce, un mezzo per realizzare altri fini. Quanto poi all’effettiva libertà del lavoratore nella conclusione del  contratto di lavoro basti considerare che tale libertà esisterebbe solo in un contesto ideale di piena occupazione ed in presenza di una adeguata base di risorse disponibili per il lavoratore, entrambe le condizioni non sono certo verificate nelle economie capitalistiche esistenti. <br />Certamente anche nell’IGL il lavoratore potrebbe essere vittima della dittatura della maggioranza, ma in questo caso le problematiche sarebbero estremamente ridotte specialmente se venisse adottata una “costituzione” interna per proteggere appunto i diritti calpestati.</p><p></p>]]></description>
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    </item>
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      <title><![CDATA[Manifesto della Nuova Economia (Parte 2)]]></title>
      <author>info@nuovaeconomia.org (Claudio Zimarino)</author>
      <pubDate>gio, 31 lug 2008 15.28.14 GMT</pubDate>
      <description><![CDATA[<p></p><p style="LINE-HEIGHT: 150%">L’avvento della Nuova Economia è un’opportunità utile a dare piena realizzazione ai diritti umani e ad accrescere la Felicità delle generazioni presenti e future; l’avvento della Nuova Economia è, nell’attuale contesto storico dell’economia mondiale,  necessario per superare i due profondi contrasti che caratterizzano la Società odierna, il contrasto fra il sistema economico e la democrazia politica ed il contrasto fra sistema economico e l’ecosistema terrestre.</p><p style="LINE-HEIGHT: 150%">Gli ultimi anni hanno visto un progressivo esaurimento e decadenza delle istituzioni democratiche, decadenza segnalata dai bassi indici di fiducia riposti nell’operato dei governi da parte dell’Opinione Pubblica.</p><p style="LINE-HEIGHT: 150%">La ragione di tale decadenza risiede essenzialmente nell’enorme concentrazione del potere economico realizzatasi nell’ultimo secolo, attraverso i processi di accumulazione del capitale, il gigantismo industriale e la finanziarizzazione dell’economia.</p><p style="LINE-HEIGHT: 150%">Il condizionamento esercitato dal potere economico su quello politico è talmente forte che in alcuni Paesi si registra una vera e propria crisi della Democrazia rappresentativa, crisi che potrebbe portare ad una scomparsa di quest’ultima. Segni evidenti di questa crisi sono ad esempio:</p><ul type="disc"><li style="LINE-HEIGHT: 150%">l’appiattimento dei programmi politici dei partiti di massa, che hanno perso ormai qualsiasi volontà di riforma radicale del sistema economico;</li><li style="LINE-HEIGHT: 150%">la progressiva perdita di sovranità degli Stati nazionali, sempre più condizionati nel loro operato dalle organizzazioni internazionali, a loro volta fortemente condizionate  dagli interessi delle imprese multinazionali;</li><li style="LINE-HEIGHT: 150%">l’utilizzo del potere politico a scopo di arricchimento personale; laddove aumentano le risorse e la concentrazione di potere economico si registra il classico intreccio politica-affari, il business trae profitto dalla politica e viceversa;</li><li style="LINE-HEIGHT: 150%">L’aumento esorbitante dei costi dell’attività politica che taglia fuori la stragrande maggioranza dei cittadini dalla possibilità di intraprendere un’azione politica per un puro fine di servizio e lascia invece emergere quelli che sono gli “imprenditori” della politica.</li></ul><p style="LINE-HEIGHT: 150%">Una vera Democrazia non può prescindere da un’equa distribuzione delle risorse e da un rafforzamento dell’autonomia economica dei cittadini. La Democrazia rappresentativa odierna non a caso si sviluppò in un ambiente particolarmente egualitario come quello della Società statunitense di fine Settecento, in cui la proprietà agraria era diffusa e distribuita in maniera sufficientemente equa. Quando invece un sistema tende a ridurre gli spazi di autonomia economica del singolo attraverso la concentrazione del potere economico si creano le basi per la decadenza della Democrazia. </p><p style="LINE-HEIGHT: 150%">Vi è poi un’altra questione fondamentale, ovvero: come può essere la nostra una vera Democrazia nel momento in cui negli ambienti di lavoro questa democrazia viene negata e gli uffici pubblici e privati sono organizzati come caserme? Come può il cittadino avere una doppia personalità: servo scrupoloso quando lavora e libero pensatore quando torna a casa? Non crediamo proprio che i Padri Fondatori della Democrazia Americana avessero in mente uno scenario del genere quando elaborarono la prima Costituzione democratica della storia.</p><p style="LINE-HEIGHT: 150%">Inoltre come può una democrazia funzionare nel momento in cui il cittadino non ha a disposizione le risorse per sopravvivere ma deve porsi al servizio di qualcun altro? Può essere questo cittadino considerato politicamente libero? Non è questa posizione di oggettiva ricattabilità una minaccia al nostro sistema democratico? Che poi a ricattare sia un imprenditore privato o il politico di turno non cambia niente nella sostanza.</p><p style="LINE-HEIGHT: 150%"> Ecco quindi che i vari elementi sopra discussi della Nuova Economia interagiscono proprio per ridare credibilità e fondamento alle istituzioni democratiche, infatti:</p><ul type="disc"><li style="LINE-HEIGHT: 150%">la fine del rapporto di lavoro dipendente comporta un significativo completamento ed estensione del processo democratico, rafforzando la coscienza democratica dei cittadini, sottraendo quest’ultimi al ricatto del capitalista (privato o di Stato), aumentando la partecipazione ed il coinvolgimento. Come può il cittadino partecipare meglio in maniera democratica se non nell’ambito del posto di lavoro? Come può dare meglio il proprio contributo di idee ed esperienze se non in questo ambito?</li><li style="LINE-HEIGHT: 150%">Il libero mercato rappresenta la condizione essenziale per evitare quelle posizioni monopolistiche e di rendita che sono sempre una grave minaccia per la Democrazia, un sistema politico democratico è scarsamente compatibile con l’assenza di una libera concorrenza.</li><li style="LINE-HEIGHT: 150%">La progressiva scomparsa dello Stato imprenditore e Stato fornitore di servizi è anch’essa fondamentale, spesso difatti questo intervento tende a creare alterazioni del processo di libera concorrenza e si presta alla creazione di posizioni di rendita, portando al pericolosissimo intreccio politica-affari. Inoltre tale riduzione dell’intervento statale comporterebbe un miglioramento dell’autonomia economica dei cittadini, che si sostanzia in maggiore libertà, potere contrattuale e possibilità di scelta.</li><li style="LINE-HEIGHT: 150%"> La redistribuzione della ricchezza attraverso l’istituzione del “Capitale di Base” da una parte permetterebbe lo sviluppo di una ricchezza diffusa, presupposto per un buon funzionamento delle istituzioni democratiche; dall’altra sarebbe funzionale allo sviluppo dell’iniziativa privata nonché allo sviluppo della IGL. Una delle forme storicamente sviluppatesi di IGL (la Cooperativa di Lavoro) ha sempre sofferto di una limitazione nello sviluppo a causa della cronica scarsità di capitali investiti nella stessa. Infatti nell’attuale sistema economico  il credito per gli investimenti non viene fornito se non in presenza di adeguate garanzie patrimoniali, garanzie che le cooperative di lavoratori non sono in grado spesso di fornire. In presenza di un “Capitale di Base” si creerebbero le condizioni per dare ad ogni potenziale lavoratore adeguate risorse finanziarie per supportare la creazione di una IGL, infatti è nella fase iniziale che sono necessarie adeguate garanzie patrimoniali . Inoltre l’introduzione di questa forma di impresa permetterebbe di ridistribuire parte dei profitti d’impresa ( i cosiddetti extra-profitti) in capo ai lavoratori, (l’altra parte verrebbe pagata come interesse sui capitali presi in prestito tramite le Cooperative di Capitale), ottenendo una distribuzione dei redditi senz’altro più equa.</li><li style="LINE-HEIGHT: 150%">L’introduzione delle Cooperative di Capitale ha lo scopo da una parte di introdurre un veicolo di finanziamento della la IGL che sia in linea con gli scopi mutualistici e solidaristici dell’impresa gestita dai lavoratori, dall’altra di migliorare la distribuzione dei redditi ponendo termine allo sfruttamento del piccolo risparmio che avviene  quotidianamente ad opera dei potentati bancari e finanziari. Un ruolo essenziale giocano poi le Cooperative di Capitale nel promuovere, in maniera decentrata: 1) la soddisfacente allocazione delle risorse finanziarie, 2) l’ assistenza tecnico-finanziaria nella nascita  e nella ristrutturazione delle IGL 3) il raggiungimento degli obiettivi di piena occupazione del lavoro. </li><li style="LINE-HEIGHT: 150%">L’attuale processo di crescita  dell’economia mondiale non è certamente sostenibile da un punto di vista ambientale, pertanto ci dovremo adattare nel tempo ad una economia in stato stazionario che consuma in ogni periodo meno risorse di quelle riproducibili ad opera dell’ecosistema. Ebbene fra i tre tipi di impresa (capitalistica, a proprietà collettiva, IGL) è quest’ultimo quello che sembra più adatto ad un’economia stazionaria, sia per lo scarso orientamento della IGL verso la crescita fine a sé stessa, sia per la minore disponibilità di capitali, sia infine per la maggiore tendenza della IGL a migliorare l’efficienza nell’utilizzo delle risorse naturali a differenza delle altre due imprese. La IGL in sintesi rappresenta l’antidoto alla smania di espansione tipica dell’impresa capitalistica e socialista che si traduce in un progressivo spreco di risorse posto in atto nel miraggio di una crescita infinita ( fra i sostenitori di questa tesi ricordiamo  Douglas E. Booth). </li><li style="LINE-HEIGHT: 150%">Nell’ IGL riteniamo che gli obiettivi economico/politici che costituiscono l’imperativo dell’impresa capitalista o dell’impresa collettiva cedano il posto ad obiettivi locali legati al benessere dei lavoratori ed in generale dei cittadini. E’ molto probabile che nella funzione obiettivo di questa impresa ci sia non solo il valore aggiunto pro-capite, ma anche l’inquinamento, la sicurezza del lavoro, l’istruzione, il livello culturale ed in generale il benessere della comunità locale in cui è posizionata l’impresa. E’ chiaro che quindi la pressione da parte del “Big Business” sulle Autorità politiche si affievolirà, se non scomparirà del tutto, visto che, in base ad una analisi economica, le dimensioni delle IGL saranno nettamente inferiori alle attuali. Obiettivi maggiormente qualitativi guideranno probabilmente la politica economica, che avrà comunque un orientamento di lungo periodo, come sopra chiarito.</li></ul><p style="LINE-HEIGHT: 150%">Nella prossima parte continuerà l’analisi di come la Nuova Economia promuova un sistema economico maggiormente ecocompatibile.</p><p></p>]]></description>
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    </item>
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      <link>http://www.nuovaeconomia.org/permaarticolo9.aspx</link>
      <title><![CDATA[La Cicogna Capitalista]]></title>
      <author>info@nuovaeconomia.org (Claudio Zimarino)</author>
      <pubDate>mer, 30 lug 2008 14.41.05 GMT</pubDate>
      <description><![CDATA[<p></p><p style="LINE-HEIGHT: 150%">E’ proprio il caso di dire che  la politica ed i politici, specialmente in Italia servono più che altro a creare i problemi laddove non esistono e a nascondere quelli che andrebbero affrontati. Ne è luminoso esempio il cosiddetto Libro Verde redatto dal Ministro per il Welfare Sacconi, documento che al di là del suggestivo titolo di gheddafiana memoria, rappresenta il manifesto ideologico del piano di  smantellamento dello Stato sociale che la Berlusconi &amp; C. è in procinto di proseguire nei prossimi anni. Il Libro Verde è in realtà un lungo elenco di  slogan miranti nella sostanza ad affermare il principio dell’arte di arrangiarsi, principio che viene definito la vita buona nella Società attiva. Non si deve mai smettere di ripetere che l’obiettivo politico reale dello smantellamento dello stato sociale, al di là della riduzione del deficit pubblico, è ancora una volta quello di indebolire il potere contrattuale dei lavoratori in modo da portare il modello di capitalismo europeo a somigliare sempre di più a quello d’oltreoceano. Vorremmo ora però focalizzarci su due aspetti particolari del documento politico, vale a dire la proposta di allungare la vita lavorativa oltre i 62 anni e di introdurre una politica di incentivazione della natalità.</p><p style="LINE-HEIGHT: 150%">Vorremmo mettere in evidenza come entrambe le due proposte, lungi dall’adempiere ad un obiettivo di ristrutturazione della finanza pubblica, sono in realtà legate ad uno dei principi di fondo della Berlusconi &amp; C., vale a dire l’allargamento della base di popolazione sfruttata dai capitalisti nostrani. Infatti che senso ha dare incentivi alla natalità e far rientrare a lavorare gli anziani quando la pressione ambientale sulle risorse naturali disponibili ha raggiunto livelli insostenibili? Che senso ha in generale far lavorare di più un sistema che è ormai surriscaldato con un’inflazione che rialza la testa di giorno in giorno? Non riusciamo a trovare una logica se non sempre la solita logica che domina la politica di tutta l’Europa, l’asservimento della politica agli interessi del grande capitale che chiede più o meno esplicitamente una manodopera abbondante, docile senza troppe pretese ed in crescita continua. Di fronte a questi grandi interessi il desiderio virtuoso dell’Italiano medio di fare meno figli, il desiderio di godersi un pò la vita dopo 35 anni di lavoro non hanno chiaramente spazio.</p><p style="LINE-HEIGHT: 150%"> I capitalisti italiani sono riusciti in qualche maniera  negli ultimi anni a risolvere il problema delle risorse umane attingendo alle risorse della immigrazione più o meno clandestina, essi sono i principali responsabili dell’ondata di immigrazione. Non è un caso che il recente “decreto sicurezza” ha previsto particolari fattispecie di reato per chi assume e sfrutta immigrati clandestini; l’immigrazione non avrebbe luogo se non ci fosse richiesta di manodopera a più bassa qualificazione e facilmente sfruttabile da parte delle imprese.</p><p style="LINE-HEIGHT: 150%">Lo sviluppo dell’immigrazione ha  contribuito a calmierare il mercato del lavoro e a rendere più docili i sindacati, infatti il tasso di disoccupazione è sceso in Italia proprio in coincidenza con l’aumento dell’immigrazione, segnalando la netta perdita del potere contrattuale dei lavoratori;  non è più necessario lo spettro della disoccupazione per tenere sotto pressione i lavoratori. </p><p style="LINE-HEIGHT: 150%">Ma ora che l’immigrazione comincia a produrre gli inevitabili guasti politico-sociali occorre istituire una cicogna capitalista che rifornisca di manodopera i padroni del vapore.</p><p style="LINE-HEIGHT: 150%"> </p><p></p>]]></description>
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    </item>
    <item>
      <link>http://www.nuovaeconomia.org/permaarticolo8.aspx</link>
      <title><![CDATA[Il Manifesto della Nuova Economia (Parte 1)]]></title>
      <author>info@nuovaeconomia.org (Claudio Zimarino)</author>
      <pubDate>lun, 28 lug 2008 15.17.11 GMT</pubDate>
      <description><![CDATA[<p></p><p style="LINE-HEIGHT: 150%">La Nuova Economia è  il sistema economico alternativo sia al capitalismo che al socialismo collettivista (fondato sulla proprietà collettiva delle imprese).</p><p style="LINE-HEIGHT: 150%"> La Nuova Economia, basandosi sui principi della Democrazia Economica, è il sistema economico compatibile con la Democrazia politica e con la tutela dell’ecosistema terrestre nella sua globalità ed ha come obiettivo principale la felicità delle generazioni presenti e future. </p><p style="LINE-HEIGHT: 150%">La Nuova Economia si basa sui seguenti elementi fondamentali:</p><ul><li style="LINE-HEIGHT: 150%">il sistema di Imprese Gestite dai Lavoratori (IGL); è il sistema che nasce dopo l’abolizione (costituzionalmente sancita) del rapporto di lavoro dipendente in tutte le sue forme contrattuali, nonché all’abolizione delle attuali prevalenti forme di proprietà delle imprese (siano esse private o pubbliche); l’introduzione delle IGL comporta anche la scomparsa del cosiddetto mercato del lavoro, in quanto il lavoro non è più una merce;</li><li style="LINE-HEIGHT: 150%">la sostituzione delle banche ed altre istituzioni finanziarie con le Cooperative di Capitale, democraticamente controllate al pari delle IGL. Le Banche diventano invece IGL di servizio, fornendo i loro servizi alle sopraccitate Cooperative di Capitale;</li><li style="LINE-HEIGHT: 150%">il libero mercato dei beni e servizi ed altri fattori di produzione, insieme con tutte le istituzioni necessarie a  mantenere un adeguato livello di concorrenza nei diversi mercati utile a garantire un soddisfacente livello di efficienza del sistema economico, a ridurre le posizioni di rendita, a contenere lo sfruttamento dei consumatori e a garantire  la piena occupazione delle risorse umane disponibili;</li><li style="LINE-HEIGHT: 150%">la progressiva scomparsa dello Stato imprenditore e dello Stato fornitore di servizi. Ciò si realizza attraverso la privatizzazione delle aziende pubbliche e dei servizi pubblici, affidandone la gestione alle IGL, sotto il controllo democratico; solo nel caso in cui per la natura dei servizi forniti si venga a configurare un monopolio naturale, lo Stato avrebbe la funzione di regolamentare in qualche misura la IGL monopolista al fine di ridurre i prezzi e garantire un maggior benessere alla popolazione. In tutti gli altri casi si tenderà a ridurre progressivamente le dimensioni delle aziende/unità pubbliche introducendo  concorrenza, pluralismo e decentramento nella fornitura dei servizi (federalismo economico), ove chiaramente possibile e ragionevolmente economico (non ci sarà per esempio una sola Pubblica ma tante scuole private gestite dai docenti).</li><li style="LINE-HEIGHT: 150%">la progressiva redistribuzione della ricchezza. Essa viene attuata attraverso una tassazione progressiva dei patrimoni personali in maniera da dotare tutti i cittadini, al compimento della maggiore età di un “Capitale di Base” con cui poter intraprendere un’attività economica autonoma  od un percorso formativo professionale (gli eminenti studiosi Bruce Ackerman e Anne Alstott sono stati i primi a propugnare tale fondamentale proposta politica); obiettivo della redistribuzione è quello di dare concreta applicazione al principio delle pari opportunità;</li><li><div style="LINE-HEIGHT: 150%">il perseguimento di un livello di attività economica “stazionario”, nel quale lo sfruttamento delle risorse naturali e dei servizi dell’ecosistema  non pregiudica lo sfruttamento delle stesse risorse nel futuro;</div></li><li style="LINE-HEIGHT: 150%">la sostituzione degli obiettivi economici quantitativi della politica democratica con obiettivi basati sul grado di soddisfazione dei cittadini, tenendo bene in mente anche la soddisfazione dei cittadini di domani.</li><li style="LINE-HEIGHT: 150%">la riduzione delle opzioni di intervento dello Stato in materia economica attraverso una Costituzione Economica che imponga per legge una politica di bilancio pubblico in pareggio ed impedisca alla Banca Centrale di regolare in maniera discrezionale lo stock di moneta; tutto ciò al fine di evitare l’asservimento della politica economica ad interessi privati camuffati sotto la sigla del Bene Comune;</li></ul><p style="LINE-HEIGHT: 150%"> </p><p style="LINE-HEIGHT: 150%">L’avvento della Nuova Economia è un’opportunità utile a dare piena realizzazione ai diritti umani e ad accrescere la Felicità delle generazioni presenti e future; l’avvento della Nuova Economia è, nell’attuale contesto storico dell’economia mondiale,  necessario per superare i due profondi contrasti che caratterizzano la Società odierna, il contrasto fra il sistema economico e la democrazia politica ed il contrasto fra sistema economico e l’ecosistema terrestre. <br />Nella parte 2 del Manifesto analizzeremo i contrasti ed il modo in cui vengono affrontati dalla Nuova Economia.</p><p></p>]]></description>
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      <link>http://www.nuovaeconomia.org/permaarticolo7.aspx</link>
      <title><![CDATA[I Soldi non Fanno la Felicit&#224;?]]></title>
      <author>articoli@nuovaeconomia.org (Lud Ned)</author>
      <pubDate>mer, 09 lug 2008 17.59.00 GMT</pubDate>
      <description><![CDATA[<p></p><p style="LINE-HEIGHT: normal; TEXT-ALIGN: left" align="left">Il paradosso di Easterlin è il fenomeno scoperto dall’omonimo scienziato negli anni settanta per cui la  crescita dei livelli di reddito pro-capite negli ultimi 50 anni non  ha comportato in generale un aumento della felicità/benessere della popolazione. Il livello di benessere è stato misurato attraverso accurati ed estesi sondaggi che hanno riguardato lunghi periodi temporali e via via sempre più estese aree geografiche del mondo.</p><p style="LINE-HEIGHT: normal; TEXT-ALIGN: left" align="left">Per la Comunità Europea, ad esempio, l’Eurobarometro rileva, attraverso una serie di sondaggi con cadenza semestrale, l’evoluzione del livello di benessere, in particolare l’ultima rilevazione indica che nell’Autunno 2006 le persone che si dichiaravano  soddisfatte (abbastanza o molto) erano l’82% contro l’81% dell’Autunno 1996, nonostante una crescita del reddito pro-capite pari nel periodo 2009-1995 pari al 24%.</p><p> Un recente articolo (“Relative Income, Happiness and Utility: An Explanation of the Easterlin Paradox and other Puzzles” di  A.E. Clark, P. Frijters e M.A. Shields, apparso su Journal of Economic Literature del Marzo 2008) fa il punto sulla ricerca teorica ed empirica riguardante il citato paradosso concludendo che:</p><ul type="disc"><li>Mediamente, a fronte di un incremento del reddito pari ad esempio al 10% si ha un aumento della felicità pari al 3%; </li><li>Questo incremento del 3% si riduce con il passare del tempo fino a ridursi dopo qualche anno, a circa l’1,3%.</li></ul><p>Il motivo principale di tale aumento meno che proporzionale della felicità rispetto al reddito è da ricercarsi in due effetti conosciuti ed abbondantemente studiati dalla Scienza Psicologica:</p><ul type="disc"><li>Un effetto comparativo, che porta a valutare il benessere ottenibile da un dato reddito sulla base del confronto fra il reddito stesso ed il reddito medio del gruppo di riferimento, gruppo che può essere definito in termini geografici, famigliari, di categoria sociale e anche a livello internazionale. Un aumento del reddito del gruppo di riferimento comporta una riduzione del benessere. </li><li>Un effetto di adattamento/assuefazione, per cui il benessere si riduce nel tempo man mano che ci si abitua all’elevato livello di reddito.</li></ul><p>Nel processo di crescita economica, dato che la crescita del reddito è diffusa, l’effetto comparativo tenderà nel breve periodo a ridurre i benefici della crescita stessa, il secondo effetto agirà più lentamente nel ridurre i benefici stessi della crescita.</p><p>Quindi pur registrandosi un legame abbastanza forte (confermato empiricamente) fra felicità e reddito all’interno di una popolazione in un medesimo momento, si registra invece una debole relazione fra reddito e felicità nel tempo, come messo in evidenza dal citato Paradosso.</p><p>Un elemento interessante che emerge dall’analisi della letteratura scientifica sull’argomento è costituito dalla scoperta del fenomeno per cui le persone, nelle loro scelte economiche e di vita,  sottovalutano l’effetto di adattamento ed anche di quello comparativo, facendo spesso scelte che li porteranno in una posizione peggiore di quella iniziale. Ad esempio molte persone aumentano le ore di lavoro nella speranza di stare meglio, salvo poi ritrovarsi in una situazione peggiore in quanto l’effetto positivo dell’aumento di reddito si riduce nel tempo fino a non riuscire più a compensare l’effetto negativo del minor tempo libero a disposizione.</p><p>Una considerazione importante da fare è che entrambi gli effetti negativi citati (effetto comparativo ed effetto di adattamento/assuefazione) tendono nella nostra Società ad aumentare a scapito dell’effetto positivo diretto sul benessere derivante dal consumo di beni e servizi, tutto ciò per una serie di cause:</p><ul type="disc"><li>“l’inquinamento pubblicitario” e non derivante dai mezzi di comunicazione di massa che non solo stimolano direttamente i consumi ma propongono sempre più elevati modelli di benessere materiale; </li><li>la crescente urbanizzazione della popolazione con conseguente aumento delle interazioni sociali, che tendono a loro volta ad aumentare le occasioni di comparazione; </li><li>l’aumento, al crescere del reddito aggregato, del peso di quei beni di consumo definiti “posizionali”, ovvero che vengono consumati soprattutto al fine di dimostrare il proprio status e posizione sociale (automobili, case, moto, Ipod, ecc.) </li><li>la maggiore iniquità della distribuzione della ricchezza, a partire dagli anni settanta, che rende ancor più incisivo l’effetto comparativo. </li><li>L’aumento dello squilibrio fra bisogni e risorse a disposizione, dovuto alle deliberate politiche dell’impresa capitalista, che, proprio creando una scarsità artificiale di risorse attraverso la creazione dei bisogni, è in grado di far crescere oltre ogni limite “fisico” la domanda di beni di consumo. </li><li>Infine il fatto che lo stesso processo di crescita continua dell’economia ha provocato di per sé un aumento delle aspettative e quindi un’”assuefazione alla crescita” per cui il mantenimento del benessere comporta ormai non il mantenimento ma la crescita del reddito </li></ul><p style="LINE-HEIGHT: normal; TEXT-ALIGN: left" align="left">Alla luce di tali considerazioni ci possiamo quindi aspettare che il processo di crescita della nostra economia sia sempre meno “redditizio” in termini di benessere, senza contare le diseconomie comportate dal processo di crescita, insomma i ricavi della crescita tenderanno sempre più a scendere al di sotto dei costi. Viene quindi ad essere smentita la giustificazione morale che i sacerdoti dell’economia capitalista hanno trovato per giustificare la crescita economica e lo stesso sistema capitalistico: ovvero la creazione di benessere.</p><p>Tutta questa serie di fenomeni socio-economici ci inducono a ritenere che ormai il consumo nelle economie capitalistiche contemporanee sia diventato un vero e proprio “oppio dei popoli”, che comporta uno stato di dipendenza psicologica oltre che effetti sociali paragonabili alle tossicodipendenze.</p><p>Quali conclusioni trarre sul piano politico? Innanzitutto l’analisi sin qui effettuata conferma che i costi di una “cura dimagrante” del nostro “obeso” sistema economico, cura necessaria per far fronte all’emergenza ambientale, alla minaccia del riscaldamento globale nonché a contenere il “furto” delle risorse naturali a favore delle future generazioni, non è poi così alto come i capitalisti vogliono farci credere.</p><p>Anzi una “cura dimagrante” potrebbe addirittura far aumentare il benessere immediato della popolazione venendo ad essere ridotte alcune esternalità negative, tipiche di un’economia surriscaldata. Un azzeramento della crescita economica comporterebbe nel lungo periodo una forte riduzione di quel divario fra aspettative/bisogni e risorse, che sta alla base dell’insoddisfazione sociale. </p><p>Inoltre una migliore e più equa distribuzione delle risorse si pone  come esigenza irrinunciabile per migliorare il benessere, una volta sfatato il mito della crescita produttrice di benessere, ciò proprio per il sopraccitato effetto comparativo. Una più equa distribuzione è anche condizione necessaria per tamponare la temporanea riduzione del benessere conseguente al rallentamento dell’attività economica. </p><p>Fondamentale risulta infine sostituire agli obiettivi  strettamente quantitativi della politica economica obiettivi basati appunto su indici di benessere. Tale sostituzione porrebbe fine alla dipendenza della politica economica dagli obiettivi dei capitalisti;  porterebbe inoltre a realizzare politiche nuove per lo sviluppo del benessere collettivo quali appunto:</p><ul><li>la creazione di nuove opportunità di miglioramento dello status che non avvengano tramite beni materiali e quindi evitando i negativi effetti sul benessere sopra analizzati; </li><li>la promozione di una allocazione delle risorse che porti al miglioramento di quei beni non posizionali, che sono maggiore garanzia di una duratura felicità della popolazione. </li></ul>]]></description>
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