I Soldi non Fanno la Felicità?

Il paradosso di Easterlin è il fenomeno scoperto dall’omonimo scienziato negli anni settanta per cui la crescita dei livelli di reddito pro-capite negli ultimi 50 anni non ha comportato in generale un aumento della felicità/benessere della popolazione. Il livello di benessere è stato misurato attraverso accurati ed estesi sondaggi che hanno riguardato lunghi periodi temporali e via via sempre più estese aree geografiche del mondo.
Per la Comunità Europea, ad esempio, l’Eurobarometro rileva, attraverso una serie di sondaggi con cadenza semestrale, l’evoluzione del livello di benessere, in particolare l’ultima rilevazione indica che nell’Autunno 2006 le persone che si dichiaravano soddisfatte (abbastanza o molto) erano l’82% contro l’81% dell’Autunno 1996, nonostante una crescita del reddito pro-capite pari nel periodo 2009-1995 pari al 24%.
Un recente articolo (“Relative Income, Happiness and Utility: An Explanation of the Easterlin Paradox and other Puzzles” di A.E. Clark, P. Frijters e M.A. Shields, apparso su Journal of Economic Literature del Marzo 2008) fa il punto sulla ricerca teorica ed empirica riguardante il citato paradosso concludendo che:
- Mediamente, a fronte di un incremento del reddito pari ad esempio al 10% si ha un aumento della felicità pari al 3%;
- Questo incremento del 3% si riduce con il passare del tempo fino a ridursi dopo qualche anno, a circa l’1,3%.
Il motivo principale di tale aumento meno che proporzionale della felicità rispetto al reddito è da ricercarsi in due effetti conosciuti ed abbondantemente studiati dalla Scienza Psicologica:
- Un effetto comparativo, che porta a valutare il benessere ottenibile da un dato reddito sulla base del confronto fra il reddito stesso ed il reddito medio del gruppo di riferimento, gruppo che può essere definito in termini geografici, famigliari, di categoria sociale e anche a livello internazionale. Un aumento del reddito del gruppo di riferimento comporta una riduzione del benessere.
- Un effetto di adattamento/assuefazione, per cui il benessere si riduce nel tempo man mano che ci si abitua all’elevato livello di reddito.
Nel processo di crescita economica, dato che la crescita del reddito è diffusa, l’effetto comparativo tenderà nel breve periodo a ridurre i benefici della crescita stessa, il secondo effetto agirà più lentamente nel ridurre i benefici stessi della crescita.
Quindi pur registrandosi un legame abbastanza forte (confermato empiricamente) fra felicità e reddito all’interno di una popolazione in un medesimo momento, si registra invece una debole relazione fra reddito e felicità nel tempo, come messo in evidenza dal citato Paradosso.
Un elemento interessante che emerge dall’analisi della letteratura scientifica sull’argomento è costituito dalla scoperta del fenomeno per cui le persone, nelle loro scelte economiche e di vita, sottovalutano l’effetto di adattamento ed anche di quello comparativo, facendo spesso scelte che li porteranno in una posizione peggiore di quella iniziale. Ad esempio molte persone aumentano le ore di lavoro nella speranza di stare meglio, salvo poi ritrovarsi in una situazione peggiore in quanto l’effetto positivo dell’aumento di reddito si riduce nel tempo fino a non riuscire più a compensare l’effetto negativo del minor tempo libero a disposizione.
Una considerazione importante da fare è che entrambi gli effetti negativi citati (effetto comparativo ed effetto di adattamento/assuefazione) tendono nella nostra Società ad aumentare a scapito dell’effetto positivo diretto sul benessere derivante dal consumo di beni e servizi, tutto ciò per una serie di cause:
- “l’inquinamento pubblicitario” e non derivante dai mezzi di comunicazione di massa che non solo stimolano direttamente i consumi ma propongono sempre più elevati modelli di benessere materiale;
- la crescente urbanizzazione della popolazione con conseguente aumento delle interazioni sociali, che tendono a loro volta ad aumentare le occasioni di comparazione;
- l’aumento, al crescere del reddito aggregato, del peso di quei beni di consumo definiti “posizionali”, ovvero che vengono consumati soprattutto al fine di dimostrare il proprio status e posizione sociale (automobili, case, moto, Ipod, ecc.)
- la maggiore iniquità della distribuzione della ricchezza, a partire dagli anni settanta, che rende ancor più incisivo l’effetto comparativo.
- L’aumento dello squilibrio fra bisogni e risorse a disposizione, dovuto alle deliberate politiche dell’impresa capitalista, che, proprio creando una scarsità artificiale di risorse attraverso la creazione dei bisogni, è in grado di far crescere oltre ogni limite “fisico” la domanda di beni di consumo.
- Infine il fatto che lo stesso processo di crescita continua dell’economia ha provocato di per sé un aumento delle aspettative e quindi un’”assuefazione alla crescita” per cui il mantenimento del benessere comporta ormai non il mantenimento ma la crescita del reddito
Alla luce di tali considerazioni ci possiamo quindi aspettare che il processo di crescita della nostra economia sia sempre meno “redditizio” in termini di benessere, senza contare le diseconomie comportate dal processo di crescita, insomma i ricavi della crescita tenderanno sempre più a scendere al di sotto dei costi. Viene quindi ad essere smentita la giustificazione morale che i sacerdoti dell’economia capitalista hanno trovato per giustificare la crescita economica e lo stesso sistema capitalistico: ovvero la creazione di benessere.
Tutta questa serie di fenomeni socio-economici ci inducono a ritenere che ormai il consumo nelle economie capitalistiche contemporanee sia diventato un vero e proprio “oppio dei popoli”, che comporta uno stato di dipendenza psicologica oltre che effetti sociali paragonabili alle tossicodipendenze.
Quali conclusioni trarre sul piano politico? Innanzitutto l’analisi sin qui effettuata conferma che i costi di una “cura dimagrante” del nostro “obeso” sistema economico, cura necessaria per far fronte all’emergenza ambientale, alla minaccia del riscaldamento globale nonché a contenere il “furto” delle risorse naturali a favore delle future generazioni, non è poi così alto come i capitalisti vogliono farci credere.
Anzi una “cura dimagrante” potrebbe addirittura far aumentare il benessere immediato della popolazione venendo ad essere ridotte alcune esternalità negative, tipiche di un’economia surriscaldata. Un azzeramento della crescita economica comporterebbe nel lungo periodo una forte riduzione di quel divario fra aspettative/bisogni e risorse, che sta alla base dell’insoddisfazione sociale.
Inoltre una migliore e più equa distribuzione delle risorse si pone come esigenza irrinunciabile per migliorare il benessere, una volta sfatato il mito della crescita produttrice di benessere, ciò proprio per il sopraccitato effetto comparativo. Una più equa distribuzione è anche condizione necessaria per tamponare la temporanea riduzione del benessere conseguente al rallentamento dell’attività economica.
Fondamentale risulta infine sostituire agli obiettivi strettamente quantitativi della politica economica obiettivi basati appunto su indici di benessere. Tale sostituzione porrebbe fine alla dipendenza della politica economica dagli obiettivi dei capitalisti; porterebbe inoltre a realizzare politiche nuove per lo sviluppo del benessere collettivo quali appunto:
- la creazione di nuove opportunità di miglioramento dello status che non avvengano tramite beni materiali e quindi evitando i negativi effetti sul benessere sopra analizzati;
- la promozione di una allocazione delle risorse che porti al miglioramento di quei beni non posizionali, che sono maggiore garanzia di una duratura felicità della popolazione.
Articolo scritto da: Lud Ned
Pubblicazione: 09/07/08 - 17:59
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